Doppio intervento in un’unica seduta: neovescica e protesi peniena dopo cistectomia robotica.
Questo intervento straordinario, eseguito dal professor Pierluigi Bove, direttore dell’Unità di Chirurgia robotica del Policlinico Tor Vergata, e dal professor Gabriele Antonini, tra i maggiori esperti internazionali nell’impianto di protesi peniene idrauliche, mette al centro un punto clinico preciso: curare la malattia e, quando indicato, gestire nello stesso percorso anche gli esiti funzionali che pesano sulla vita quotidiana.
Come riportato da Adnkronos, al Policlinico Tor Vergata di Roma è stato eseguito un intervento combinato in un’unica seduta su un paziente di 70 anni con tumore vescicale infiltrante non metastatico: cistectomia robotica con ricostruzione di neovescica ortotopica e impianto contestuale di protesi peniena idraulica tricomponente.
Il dato clinico che merita attenzione non è la “somma” di due procedure, ma il razionale dell’approccio integrato. In casi selezionati, è possibile trattare la patologia oncologica e, nello stesso tempo, affrontare una conseguenza funzionale molto frequente dopo la chirurgia pelvica maggiore.
Perché l’approccio integrato può avere senso
La cistectomia per tumore della vescica è un intervento complesso, che in alcuni casi richiede anche l’asportazione della prostata. In questo scenario, il rischio di disfunzione erettile severa è molto elevato. Per il paziente questo non è un dettaglio. È un aspetto che incide sulla sua identità, relazioni e qualità della vita dopo la cura.
Il professor Pierluigi Bove lo riassume così: “La chirurgia robotica ci consente oggi di essere estremamente precisi dal punto di vista oncologico, senza trascurare la qualità di vita futura del paziente.”
Neovescica ortotopica: cosa significa, in breve
Dopo la rimozione della vescica, in pazienti selezionati può essere indicata la ricostruzione di una neovescica ortotopica. In termini semplici, si realizza una nuova “riserva” urinaria utilizzando un segmento intestinale e la si collega all’uretra, con l’obiettivo di mantenere una modalità di minzione il più possibile vicina a quella naturale.
È una scelta che richiede una valutazione accurata: non è adatta a tutti e va definita sulla base di criteri oncologici, clinici e funzionali.

La protesi peniena contestuale: cosa cambia per il paziente
Il punto non è “anticipare” l’impianto della protesi in modo automatico, ma capire se, in quel caso specifico, eseguirlo nella stessa seduta dell’intervento oncologico sia realmente utile. L’impianto contestuale può evitare un secondo intervento a distanza di mesi (o anni) e ridurre un periodo prolungato in cui il paziente si trova a gestire una disfunzione erettile già prevedibile nel contesto di una chirurgia pelvica oncologica estesa.
Inoltre, quando la funzione erettile non è recuperabile in modo soddisfacente con terapie conservative, la protesi può rappresentare una soluzione definitiva. Anche qui, la parola chiave è una sola: appropriatezza. Non è un percorso “per tutti”, ma una possibilità da considerare quando esistono indicazioni reali e aspettative chiare.
Una direzione clinica chiara
Questo tipo di approccio richiama il principio, secondo cui nei tumori pelvici, soprattutto quando la chirurgia è estesa, la pianificazione non riguarda solo l’atto oncologico. Deve includere anche il periodo successivo all’intervento, anticipando conseguenze frequenti e discutendole con il paziente in modo trasparente.
Ogni caso va valutato singolarmente, con esperienza chirurgica e lavoro di équipe, per capire se questo approccio sia indicato per quel paziente. Il valore di questo intervento pionieristico risiede nel suo messaggio clinico: quando ci sono le condizioni favorevoli, affrontare contestualmente sia l’intervento oncologico sia gli aspetti funzionali conseguenti può rendere il percorso post-operatorio più chiaro e più gestibile per il paziente.
Articolo completo (fonte: Adnkronos): https://lnkd.in/du9hBNt6
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