Quando si parla di chirurgia oncologica pelvica e qualità della vita, il tema viene spesso associato alla cistectomia. Dopo la rimozione della vescica il rischio di perdita della funzione erettile è infatti molto elevato. Ma se si guarda ai numeri complessivi, c’è un’altra realtà che riguarda molti più uomini.

“Il concetto va traslato dalla cistectomia alla prostatectomia”, osserva il professor Pierluigi Bove. “Perché in termini di incidenza e prevalenza non c’è paragone: il tumore della prostata è il primo tumore del sesso maschile e ha una portata decisamente superiore.”

Questo significa che il tema del recupero funzionale dopo chirurgia non è un argomento “di nicchia”. È un punto centrale nella pratica clinica quotidiana, soprattutto quando si parla di prostatectomia radicale.

Nel linguaggio comune, si dà spesso per scontato che la funzione erettile “torni” dopo l’intervento, magari con un po’ di tempo e qualche terapia. La realtà è più selettiva.

“Le possibilità di recupero della funzione erettile dopo prostatectomia sono solo per pochi pazienti”, spiega il professor Bove. “Parliamo dei pazienti davvero candidabili a una chirurgia nerve sparing o intrafasciale pura.”

Questa possibilità, nella pratica, riguarda una quota limitata di casi. In genere si tratta di tumori a basso rischio o, al massimo, intermedio, con malattia molto localizzata. In molti altri pazienti, per ottenere un trattamento oncologicamente adeguato, una parte delle strutture nervose deve essere sacrificata.

Il risultato è che, per una parte significativa di uomini, il recupero non è né rapido né scontato.

“Per molti pazienti, la chirurgia comporta inevitabilmente che una quota di nervi venga portata via”, sottolinea il professor Bove. “E questo cambia radicalmente le probabilità di recupero.”

C’è poi un aspetto umano e temporale che spesso viene sottovalutato. All’inizio del percorso, il paziente è comprensibilmente dominato dalla diagnosi oncologica: ha paura di morire, teme la sofferenza, ed è totalmente focalizzato sull’idea di “togliere il tumore”. In questa fase, le complicanze funzionali – incontinenza urinaria e deficit erettile – passano inevitabilmente in secondo piano.

Ma questo equilibrio cambia nel tempo.

Dopo l’intervento, quando il paziente inizia a superare la fase più critica, quando i controlli sono rassicuranti e torna una prospettiva di futuro, emergono con forza altre domande. È in quel momento che la funzione erettile diventa centrale nella percezione della qualità di vita.

“È lì che inizia spesso il vero calvario.”

Il paziente entra in percorsi lunghi, fatti di terapie farmacologiche, iniezioni, dispositivi, tentativi ripetuti, con aspettative spesso elevate ma risultati non sempre proporzionati. Questo scarto tra speranza e realtà può avere un impatto psicologico significativo, fino a generare frustrazione, senso di fallimento e, in alcuni casi, una vera e propria condizione depressiva.

Esistono percorsi riabilitativi strutturati, che includono terapie farmacologiche, terapie iniettive, dispositivi a vuoto e altre strategie. In alcuni casi sono utili. Ma è importante dire con chiarezza che non sempre portano a un recupero soddisfacente, e quando lo fanno, questo può richiedere molto tempo.

“Quando questi pazienti recuperano, spesso lo fanno dopo anni di terapie mediche, iniettive, vacuum device e altro”, afferma il professor Bove.

Qui non si tratta di negare l’efficacia della riabilitazione ma di riportarla al suo ruolo corretto, e cioè quello di rappresentare uno strumento, non una promessa. E soprattutto non un percorso da affrontare “per inerzia”, senza una valutazione realistica delle probabilità e degli obiettivi.

L’idea che emerge dall’esperienza clinica è semplice e prevede che in alcuni pazienti, soprattutto quando le possibilità di recupero spontaneo sono basse, ha senso discutere da subito opzioni diverse, con un orizzonte più concreto.

“Traslare il concetto di un approccio in one step alla prostatectomia nei pazienti con risparmio minimo o medio significa evitare molti problemi psicologici e funzionali”, spiega il professor Bove.

Detto in modo lineare: invece di abbandonare il paziente in un percorso lungo e spesso frustrante, si può valutare, in casi selezionati e con indicazioni chiare, un percorso più diretto, che riduca tempi di attesa e incertezza.

Una frase che il professor Bove ripete spesso, su questo punto, è molto netta: “Basta con riabilitazioni costosissime che servono a poco e che, in molti casi, conducono il paziente in una condizione di depressione.”

Senza generalizzare, il messaggio clinico da trasmettere è che il paziente va accompagnato con realismo. Non si può lasciare che un tema così sensibile diventi un “dopo”, gestito con tentativi a catena, senza una strategia.

Parlare di funzione erettile dopo la prostatectomia non significa spostare l’attenzione dalla cura del tumore, ma integrare la cura con ciò che per il paziente conta nella vita reale, e farlo con trasparenza.

La decisione sul percorso funzionale non può essere standardizzata. Dipende dallo stadio e dalle caratteristiche del tumore, dal tipo di chirurgia possibile, dalle condizioni del paziente e dalle aspettative. Ma una cosa dovrebbe essere costante: dire sempre prima al paziente ciò che spesso viene detto dopo.

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