Superare paure e false credenze con il consiglio dell’urologo.

L’ipertrofia prostatica benigna è una condizione molto comune che, con l’avanzare dell’età, interessa una larga parte della popolazione maschile. Una delle domande più frequenti che il professor Pierluigi Bove riceve dai suoi pazienti riguarda il momento giusto per intervenire chirurgicamente.

Molti uomini vivono questa prospettiva con reticenza, alimentata da paure e pregiudizi: la convinzione che un’operazione alla prostata significhi automaticamente perdita della funzione sessuale o incontinenza. “In realtà – spiega il professor Bove – nella maggior parte dei casi non avviene assolutamente nulla di tutto ciò. L’intervento è sicuro e offre un alto grado di soddisfazione post-operatoria.”

L’operazione non è solo una risposta ai sintomi, ma soprattutto una misura di prevenzione contro complicanze più gravi. Se trascurata, l’ipertrofia prostatica può condurre a conseguenze come:

  • Disfunzioni vescicali come la iperattività (aumento della frequenza e della urgenza urinaria; segno di scompenso che, in alcuni casi, può non regredire dopo l’intervento) o, al contrario, ipocontrattilità o areflessia (perdita della capacità della vescica di contrarsi per generare una adeguata pressione con conseguente ristagno di urina);
  • infezioni urinarie ricorrenti;
  • calcolosi vescicale;
  • dilatazione delle vie escretrici superiori (idronefrosi) fino all’insufficienza della funzione renale.

“Il nostro obiettivo – sottolinea il professor Bove – è prevenire complicanze potenzialmente invalidanti. Non bisogna arrivare a un punto di non ritorno, quando la vescica ha già perso o alterato la sua funzionalità in maniera non più reversibile.”

La decisione si basa su due fattori principali:

  1. Quando la sintomatologia del paziente ne altera significativamennte la qualità della vita: frequenti risvegli notturni, urgenza, getto urinario debole o difficoltà a svuotare la vescica.
  2. Gli esami diagnostici: la uroflussimetria è la base della diagnostica perché ci dà una chiara idea della morfologia del flusso urinario oltre che fornirci dati sulla riduzione della portata (ml/sec.). Anche una semplice ecografia vescicale ci darà indicazioni sulla morfologia e dimensioni della prostata (dati importanti per stabilire quale potrebbe essere la migliore strategia terapeutica) oltre che fornirci un valore circa il residuo post-minzionale. 

Questi strumenti permettono di rilevare eventuali ostruzioni al flusso urinario, anche quando il paziente non ne ha piena consapevolezza. Non è raro, infatti, che alcuni uomini minimizzino i sintomi o vi si abituino progressivamente.

“Uno degli errori più comuni – spiega il professor Bove – è pensare che se ci si abitua a urinare in un certo modo, allora non ci sia un problema. In realtà la progressione è lenta, ma inevitabile, e arrivare tardi significa rendere più complessa la gestione clinica.”

Ogni uomo vive in modo diverso i propri sintomi e le proprie paure. C’è chi arriva dall’urologo con sintomi importanti, c’è chi invece non riferisce nulla per reticenza, timore o vergogna. Esiste poi una categoria ancora più difficile da gestire: i pazienti che, pur avendo disturbi ostruttivi evidenti, li sottovalutano perché la progressione è stata graduale.

“In questi casi – osserva il professor Bove – non si tratta di convincere il paziente, ma di spiegare con chiarezza. Solo quando ha compreso e metabolizzato le informazioni, sarà pronto ad affrontare l’intervento con serenità.”

Questo approccio riflette la filosofia clinica del professor Bove: ascoltare, spiegare, personalizzare. Ogni paziente ha la propria storia, le proprie paure e i propri tempi.

Gran parte della resistenza verso l’intervento nasce da convinzioni errate, spesso alimentate da racconti informali o “discorsi da bar”. Si pensa che l’operazione porti inevitabilmente a complicanze gravi, ma la realtà è diversa.

Gli interventi per ipertrofia prostatica benigna, nella grande maggioranza dei casi, non comportano problemi di incontinenza o deficit erettivi. Queste complicanze riguardano soprattutto le procedure oncologiche, quindi legate a interventi per tumore (in cui si rimuove tutta la prostata: “prostatectomia”) e non per patologia benigna (in cui si rimuove solo la porzione centrale: “adenomectomia”).

La complicazione più comune è la eiaculazione retrograda e cioè la retropulsione dello sperma in vescica al momento dell’orgasmo (orgasmo “asciutto”). Quindi lo sperma non si vedrà uscire e sarà eliminato con le urine alla minzione successiva. Tale condizione, già nota ai pazienti che utilizzano i farmaci alfa-litici (tamsulosina, silodosina ecc. cc.), NON è una patologia e non comporterà nulla in termini di desiderio sessuale, erezione o orgasmo. Si tratta comunque della alterazione di un processo fisiologico che il paziente deve conoscere prima dell’intervento e che, talvolta, può comportare qualche problema psicologico soprattutto nei pazienti più giovani. Esistono delle tecniche e tecnologie (MIST) che offrono la possibilità di risparmiare l’eiaculazione in percentuali variabili ed i cui risultati sono in funzione di una ottimale selezione del paziente (“non esiste una tecnica valida per tutti ma molti trattamenti disponibili da saper scegliere”)  

“La chirurgia prostatica per ipertrofia – ribadisce il professor Bove – è un intervento di routine, sicuro ed efficace. Nel giro di un mese, massimo un mese e mezzo, la ripresa è completa e il grado di soddisfazione dei pazienti è molto alto.”

Sebbene la fascia di età più colpita sia quella oltre i 60 anni, non mancano casi in cui l’ostruzione prostatica si manifesti già a partire dai 40 anni. L’importante è non sottovalutare i sintomi e affidarsi a un urologo esperto, in grado di valutare la situazione con attenzione e proporre la soluzione più adatta. Con l’allungarsi della età media, oggi sono sempre più frequenti pazienti ultraottantenni che richiedono trattamenti per l’ipertrofia prostatica. Si tratta di pazienti spesso “fragili” che hanno multiple comorbidità ed assumono diversi farmaci. Anche in questi casi i trattamenti chirurgici sono possibili nell’ambito di strutture di livello con Team esperti (infermieri, anestesisti e chirurghi) e la tecnologia adeguata (mini e microinvasiva).

L’operazione alla prostata non deve essere vissuta come un evento traumatico, ma come un’opportunità per prevenire danni futuri e migliorare la qualità della vita. Grazie alle tecniche moderne e all’esperienza degli specialisti, oggi rappresenta un intervento sicuro, con tempi di recupero rapidi e ottimi risultati.

Il professor Bove invita quindi gli uomini a non lasciarsi frenare da paure infondate, ma a parlare apertamente con il proprio urologo. “È compito del medico – conclude – accompagnare il paziente con equilibrio, rassicurarlo e indicare il momento giusto per intervenire, evitando complicanze e restituendo benessere.”

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