Il professor Bove spiega perché ha scelto di scrivere questo articolo e di avviare una rubrica social dedicata all’orientamento dei pazienti tra informazione medica e contenuti ingannevoli:
“Negli ultimi anni ho visto circolare online diversi contenuti non corretti che riguardavano la mia immagine. Alcuni pazienti si sono sentiti confusi e mi hanno chiesto chiarimenti su prodotti che pensavano vendessi. Da qui nasce l’idea di questo articolo e della rubrica: aiutare le persone a distinguere tra informazione scientifica, marketing aggressivo e truffe.
C’è anche una motivazione ancora più personale. È una brutta sensazione scoprire che la propria identità, il proprio nome e la fiducia costruita in anni di lavoro vengano utilizzati senza autorizzazione per ingannare le persone. In un certo senso rappresenta l’esatto contrario della professione medica, che si fonda sulla trasparenza, sull’etica e sulla tutela del paziente. Proprio per questo ritengo importante informare, chiarire e fornire strumenti concreti affinché ogni persona possa orientarsi in modo consapevole tra le informazioni che trova online.”
Una guida pratica per orientarsi tra contenuti “virali”, marketing aggressivo e messaggi che rischiano di danneggiare le scelte di cura.
Oggi è sempre più facile imbattersi in contenuti medici online che promettono risultati rapidi, soluzioni definitive e percorsi “semplici” per problemi complessi. Il tema non è la ricerca online in sé, ma il fatto che nello stesso spazio convivano informazione scientifica, comunicazione commerciale e, talvolta, vere e proprie truffe.
Molti pazienti arrivano alla visita con domande legittime: “Ho letto che questo trattamento è risolutivo”, “Mi hanno detto che non servono esami”, “Ho visto un video in cui spiegavano che…”. Il compito del medico, in questi casi, è riportare la discussione su un terreno solido: diagnosi corretta, indicazioni, limiti, rischi e benefici reali.
Il professor Pierluigi Bove lo riassume così: “Il punto non è demonizzare ciò che si trova online, ma dare al paziente criteri semplici per capire se un’informazione è seria e se è adatta al suo caso.

Perché le promesse “troppo belle” funzionano
“I messaggi ingannevoli”, continua il Prof. Bove, “hanno spesso una caratteristica comune: parlano alla parte emotiva, non alla parte clinica. Offrono certezze dove, in medicina, esistono probabilità. Propongono scorciatoie dove, nella realtà, servono valutazione e percorso. E soprattutto evitano quasi sempre il punto centrale: prima di parlare di cura bisogna avere una diagnosi ben definita e capire se una persona è davvero candidata a quel trattamento.”
In urologia questo si vede spesso. Si parla di prostata, di tecniche “senza effetti collaterali”, di risultati garantiti, di preservazione certa di funzioni delicate. Il problema non è discutere di opzioni moderne, ma farlo senza criteri, senza limiti e senza inquadramento.
Dieci segnali d’allarme che, secondo il Prof. Bove, dovrebbero far alzare la guardia
- Promesse garantite
Se un contenuto dice “funziona sempre” o “vale per tutti”, sta già uscendo dall’ambito medico serio. - Nessuna diagnosi, solo soluzione
Quando la proposta parte subito dalla terapia senza spiegare come si arriva alla diagnosi, manca un passaggio essenziale. - Assenza di indicazioni e controindicazioni
Ogni procedura ha criteri. Se non vengono citati, è un segnale importante. - Solo testimonianze, nessun dato
Le testimonianze possono essere vere, ma non sostituiscono i criteri clinici. Se sono l’unica “prova”, bisogna fare attenzione. - Linguaggio di urgenza e pressione
“Decidi subito”, “se aspetti peggiora”, “ultima occasione”. La medicina seria ragiona, non pressa. - “Metodo segreto” o “esclusivo” senza spiegazioni verificabili
Se non è chiaro cosa si fa, come si fa e con quali limiti, non si può valutare. - Attacco alla medicina o ai medici
Frasi come “quello che i medici o le big Pharma non vogliono farti sapere” o “non te lo diranno mai” servono a creare sfiducia, non a informare. - Confusione tra benessere generico e cura di una patologia
È molto diverso parlare di stili di vita e parlare di trattamento di una malattia. - Prezzo e bonus al centro, contenuto medico sullo sfondo
Se la parte commerciale domina, la priorità non è clinica. - Nessun follow-up, nessun “dopo”
Un percorso serio spiega anche controlli, possibili effetti e cosa succede se il risultato non arriva.
Una regola semplice: prima bisogna capire, poi scegliere
Un contenuto affidabile, anche se breve, dovrebbe aiutare il paziente a fare ordine. Dovrebbe chiarire almeno questi punti:
- che problema stiamo trattando
- come lo si diagnostica
- per chi è indicata una certa opzione e per chi no
- cosa ci si può aspettare davvero
- quali alternative esistono
Quando mancano questi elementi, non c’è una reale informazione clinica, ma solo una comunicazione che punta a convincere.
Una checklist pratica in 7 domande
Per orientarsi meglio, il professor Pierluigi Bove propone una checklist pratica in sette domande che aiuta a distinguere informazione clinica e promesse ingannevoli.
- Qual è la diagnosi precisa di cui stiamo parlando?
- Chi propone la soluzione è uno specialista di quell’area?
- Quali esami servono per capire se sono candidato?
- Sono indicati limiti e rischi, oppure no?
- Esistono alternative e vengono citate in modo corretto?
- C’è un piano di controlli e gestione del dopo?
- Se non funziona, qual è il passo successivo?
Se un contenuto non ci permette di rispondere a queste domande, non è una base solida per decidere.
Come comportarsi quando un contenuto ci “convince” ma qualcosa non torna
“La scelta più utile di solito è una”, conclude il professor Bove: “portare quel contenuto in visita e discuterlo. Non per smentire internet, ma per capire se quel messaggio ha senso nel proprio caso. A volte la tecnologia è reale ma non è indicata per tutti. A volte la promessa è costruita su un caso ideale che non rappresenta la maggioranza. E a volte, semplicemente, non c’è una base clinica.”
La medicina non si difende con degli slogan, ma con la chiarezza. Un paziente informato non è un paziente che “sa tutto”, ma una persona che ha gli strumenti per fare domande corrette e per distinguere tra comunicazione seria e messaggi che creano aspettative irrealistiche. È lì che si riducono gli errori, le delusioni e, soprattutto, i rischi per il paziente.
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